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Dopo la morte di Manfredi, Carlo
I D’Angiò dovette intraprendere una dura lotta contro i siciliani
capeggiati da Corrado Capece, durata quasi quattro anni. Questi anni di
resistenza crearono un’antipatia in Carlo verso Palermo e la Sicilia,
rendendo la vita impossibile ai sudditi. Egli affidò tutte le cariche istituzionali
ai francesi, confiscò moltissime terre e le distribuì ai
baroni, impose moltissime tasse ai commercianti, s’inventò l’imposta sul
matrimonio, proibì assolutamente di portare armi, cosa che consentiva ai
militari di perquisire anche le donne, impose con la forza l’uso dei
“biglioni”, le nuove monete, ma la cosa che diede più fastidio ai
palermitani fu il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli. In
un clima di malcontento, delusione ed esasperazione cresceva il rancore
verso i francesi e bastava un piccolo avvenimento per scatenare una
rivolta. Questo episodio avvenne il 30 marzo 1282 davanti alla chiesa di
S. Spirito: una donna fu oltraggiata davanti ai fedeli da un sergente
francese, scatenando una rivolta improvvisa capeggiata da Ruggero Mastrangelo, che prese il nome di “Vespri Siciliani”. I francesi furono
allontanati dalla città e la rivolta si espanse in tutta l’isola
aggiudicandosi molte vittorie. Il 15 aprile in un’assemblea delle città
liberate fu fondato un principio di stato siciliano indipendente formato
da una federazione di comuni. Per difendersi dalla reazione di Carlo, i
siciliani offrirono la propria terra a Pietro III d’Aragona, marito
della figlia di Manfredi, Costanza di Svevia, che con le sue truppe
sbarcò a Trapani, il 4 settembre entrò a Palermo e fu incoronato re, cominciando la nuova dinastia in Sicilia: quella Aragonese.
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