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Di tutte le terre in possesso di Carlo D’Angiò
quella che odiava di più era la Sicilia, colpevole di essersi schierata
con il suo avversario svevo e aver opposto quattro anni di resistenza
prima di cedere al suo potere.
Quest’odio si abbattè inesorabile sul modo di
amministrare il regno catapultando Palermo forse nel periodo più nero e
sanguinoso della sua storia.
Carlo affidò tutte le cariche dello stato ai suoi
uomini francesi, confisco le terre dei baroni locali costringendoli poi
ad affittargli gli stessi appezzamenti e lavorarli per conto del re, le
tasse aumentarono a dismisura e chi non pagava veniva rinchiuso in
carcere e raramente ne usciva vivo perché anche se saldava il debito
doveva poi pagare tutto il tempo che era rimasto in cella perché per lo
stato il carcere era un costo anche se non dava mai del cibo ai
detenuti.
Alla popolazione veniva fatta ogni tipo di
angheria non potevano riunirsi in gruppo e portare armi, centinaia
furono le donne violentate dai soldati e giovani fanciulle vergine fatte
rapire dai governatori per allietare le loro notti.
Neanche le chiese come dopo vedremo erano un posto
tranquillo, anche lì i soldati andavano a cercare i debitori del regno
oppure perquisivano senza ritegno le donne alla ricerca di armi
nascoste.
Un altro dettaglio non indifferente che colpì più
che altro l’orgoglio palermitano fu il trasferimento della capitale da
Palermo a Napoli togliendo ogni funzione politica a Palermo; la
Sicilia era governata da un vicario che però si era stanziato a Messina
lasciando Palermo nelle mani del ministro il "Gran giustiziere di
val di Mazzara" Giovanni di Saint-Remy.
In questa tremenda situazione la rivoluzione era
nell’aria e non tardo ad arrivare.
Il 31 marzo 1282, il martedì dopo Pasqua il popolo
palermitano come tradizione si riunì nella chiesa di S. Spirito
organizzando nel prato di fronte delle feste fatte di banchetti, danze e
canti divertendosi da matti e dimenticando per qualche ora i soprusi
degli angioini.
Ma quel giorno anche i soldati arrivarono lì a
guastare la festa importunando le giovani fanciulle con atteggiamenti
poco eleganti e al primo malcontento da parte dei mariti e padri delle
donne, i soldati cominciarono quelle perquisizioni corporali che tanto i
palermitani odiavano.
Frugarono tra i vestiti sia degli uomini che delle
donne e a loro mettendo le mani fin dentro i seni con la scusa che
potessero nascondere piccoli coltelli; nel frattempo arrivava un donna
bellissima accompagnata dal marito, un soldato angioino di nome Droetto
alla vista di tanta bellezza si precipitò a perquisire la donna
infilandogli le mani sotto le vesti, la donna non resistete a tanta
offesa e svenne tra le mani del marito.
Questo fù l’ultimo sopruso che i palermitani
subirono, la goccia che fece traboccare il vaso, dalla folla esce un
grido di guerra a “morte i francesi” un giovane ruba la spada al Droetto
e lo trafigge; in un batter d’occhio il popolo armato di pugnali bastoni
pietre fece strage dei francesi nella piazza e prosegui verso la città.
La belva che dormiva era stata svegliata, i cuori
dei siciliani aveva accumulato tanta rabbia che scoppiarono, l’orgoglio
siciliano aveva preso il sopravvento sulla ragione, niente avrebbe
fermato quella furia impazzita e posseduta da una sete di vendetta e di
sangue, per i francesi fu la fine, una tragica fine.
La violenza inaudita si abbatte sulle campagne e
in città nessuno venne risparmiato neanche le chiese furono un rifugio
sicuro, vennero uccisi uomini donne soldati anche i preti di origine
francesi, le donne in dolce attesa di figli francesi venne loro aperta
la pancia e ucciso quel feto lapidandolo, tutto quello che era francese
doveva essere no scacciato ma distrutto.
Il Gran Giustiziere Giovanni San Remigio riuscì a
scappare anche se malconcio e si rifugiò nel castello di Vicari scortato
dai suoi uomini, ma neanche quello fu un posto sicuro contro tanta
barbaria e venne ucciso dagli arcieri venuti da Caccamo.
La strage continuo in città fino al giorno dopo
senza sosta finche non rimase nessun francese, duemila francesi morirono
e i loro corpi fatti a pezzi restarono per le strade della città finche
per via del cattivo odore vennero seppelliti in fosse comuni.
La rivoluzione che parti da Palermo si espanse a
macchia d’olio con la forza di un tornado, la prima a seguire l’esempio
fu Corleone e via via poi tutta la Sicilia; lo scenario era apocalittico
le strade erano un lago di sangue gli alberi erano pieni di francesi
impiccati, governatori appesi ai balconi delle loro abitazioni, forse è
stata ingiustificabile tanta violenza ma i siciliani non avevano mai
avuto tanta pazienza nella loro storia.
Dopo pochi giorni quasi tutta la Sicilia era
liberata rimaneva solo qualche inespugnabile castello come quello di
Sperlinga che invano venne attaccato e una incisione nel castello
ricorda ancora il fatto “Quod Siculis placuit sola Sperlinga negavit”
la sola Sperlinga negò ciò che piacque ai Siciliani.
La contromossa di Carlo D’Angiò non tardo ad
arrivare egli organizzò un esercito e mise sotto assedio Messina.
Anche se difesa principalmente dal popolo e no da
soldati la città respinse più volte gli attacchi angioini; nel frattempo
a Palermo i baroni preoccupati del ritorno di Carlo decisero di chiedere
aiuto a un sovrano straniero Pietro III d’Aragona.
Pietro III che rivendicava da tempo la Sicilia per
aver sposato Costanza di Svevia la figlia del re Manfredi accettò
immediatamente la proposta dei baroni siciliani e nel settembre del 1282
entrò a Palermo incoronandosi re nella cattedrale.
Subito radunò un esercito che spedì come rinforzo
a Messina e Carlo dopo aver già subito numerose umilianti sconfitte da
un esercito popolano capi che on c’era più niente da fare e abbandonò
l’isola per non farvi mai più ritorno. |